Emiliano, la neve e i formiconi

emilianoMichele Emiliano non può ricordarla. Perché non c’era. Ci fosse stato non avrebbe potuto postare nulla. Niente Facebook né Twitter. Non parliamo di Google+. Gli sarebbe toccata la pala come raccontano le immagini della Settimana Incom. Parliamo della nevicata del 1956. Narrata in toni stentorei, nel cinegiornale, dall’ex voce littoria passata su ottave più “democratiche”.

Nella “mite regione dove anche l’inverno veste abiti primaverili”, dice lo speaker, “le divinità nordiche hanno spinto il loro gelido fiato”. E via vibrando, anzi spalando parole per aprire “un varco nella muraglia di gelo” attraverso la “gara di solidarietà” intitolata a madonna “speranza”. Intorno tonnellate di neve su mandorli e ulivi. Come in queste ore che più bianco non si può. E le mani bruciate dal gelo come stimmate di Terrasanta.

“Calma e gesso” predica il governatore: “Non uscite di casa”. E quelli che spalavano la neve nel ’56, con la coppola dei “formiconi” di Tommaso Fiore e una tenacia contadina spaventosa e irripetibile? A loro il numero di Emiliano, diffuso dal presidente sui social perché  “se avete bisogno di aiuto” c’è lui, di certo non sarebbe servito. Spalavano neve come zappavano sementi. Perché: “Sotto la neve c’è il pane” ricorda Antonio Del Giudice in uno splendido articolo sulla nevicata del ’56, pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno.

Nello stesso articolo si citano i pugliesi che fuggirono dalla propria terra dopo la piaga biblica. Del Giudice annovera “contadini e braccianti” finiti a fare i portinai o i fruttivendoli. Da Andria a Roma, la metamorfosi sottoproletaria nelle periferie della capitale, nude al vento. Oggi è tutto diverso: la diaspora compiuta, permanente. Neve o no. Di certo, se ieri chi fuggì dal gelo amava ricordare, oggi chi migra senza lavoro non ricorda. E in tasca non conserva il numero del cellulare di Emiliano, ma un biglietto di sola andata.

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