Se l’acciaio diventa un dio crudele

Fulvio Colucci

Non potremo mai sapere qual è stata l’ultima immagine negli occhi di Pietro Cascione, il giovane operaio 19enne dell’indotto Arcelor Mittal morto ieri mattina in un incidente sulla strada che collega Taranto a Statte. Il muro del tubificio? Il camino E312, simbolo di tutti i veleni con la sua vertiginosa altezza e la sua diossina come fil di fumo? Quel maledetto contachilometri e l’orologio che forse, insieme, avevano fatto salire l’ansia? Possiamo intuire, però, quale devastante effetto possa aver avuto sul padre di Pietro, Gianluca, l’immagine delle lamiere dell’auto in cui viaggiava il figlio, dopo l’impatto con l’autobus del Ctp. Percorreva quella strada ed era poco distante. 

Ha combattuto tante battaglie per migliorare le condizioni dei lavoratori in fabbrica Gianlcua Cascione, all’epoca dei Riva con il comitato «Liberi e pensanti». Caposquadra in Acciaieria, operaio, cittadino. Soprattutto padre di Pietro. Partecipò anche alle prime proteste dei famigliari dei bambini delle scuole chiuse ai Tamburi, la cui voce, ieri in Consiglio comunale, ha «urlato» ancora tutta l’oscenità del diritto allo studio negato dall’inquinamento.

Il dolore di Gianluca, pur nel mutato contesto, somiglia molto a quello di tanti operai che, in passato, hanno visto i figli andare a morire in fabbrica, proprio lì dove pensavano si sarebbe spalancato il futuro. La beffa più atroce: Abramo nulla può per Isacco. E quelle lamiere contorte rivelano ancora l’acciaio come il dio più crudele.  

(Gazzetta del Mezzogiorno del 18 giugno 2019)