La luna ed Eraclito

La luna ed Eraclito
L’impronta dell’uomo sulla luna

Mi accodo in voluto ritardo alle celebrazioni dello sbarco sulla luna. Quella notte di 50 anni fa, il 21 Luglio 1969, avevo il morbillo. Il mio viso appariva lunare più dei caschi di Collins e Aldrin. Pustole come crateri ricalcavano la mappa immaginaria di George Méliès, rimandavano – nel febbrile e stralunato ribollire della malattia – ai primi effetti speciali del cinematografo.

Il regista francese li utilizzò (era il 1902) nel film capolavoro che raccontava il viaggio già narrato da Jules Verne sull’unico satellite naturale terrestre. Io, più modestamente, sacrificai, fanciullo, la notte davanti ai teleschermi. Notte vana, perché il “grande passo per l’umanità”, ricordato dalla foto dell’impronta di Neil Armstrong, non scopri il lato oscuro della luna, cioè di noi stessi.

Molto di tenebroso accadde da allora nel mondo, la vasta orma stampata dall’astronauta non è servita a chiarirlo. Così la luna, almeno il suo lato oscuro, resta appannaggio di filosofi e poeti. Dobbiamo accontentarci delle luce delle loro parole. Filosofi come Anassimene si fecero poeti: la luna “simile a tavola dipinta (dal sole)”, perfetta come viso femminile.

Filosofi come Eraclito, la cui oscurità di parola e senso più tenebrosa appare del volto oscuro della luna, regalarono ai posteri un criptico frammento. Riletto oggi appare illuminante: “Per ampiezza il sole è grande come il piede di un uomo”. Quel piede è l’impronta di Armstrong sulla luna, conquistata con impresa di grandezza solare. Misuratela ancora, col metro della memoria, la vasta orma stampata tra i crateri, se volete sfidare il futuro e far luce su tutti i volti bui del presente.

Fulvio Colucci