Gimondi, Pantani e quel vuoto lungo 33 anni (che oggi spiega l’Italia)

Imprevedibile l’ultima corsa di Felice Gimondi. A chiudere il suo orizzonte non le famigliari montagne bergamasche, ma il mare di Sicilia, i suoi flutti color del vino: cupi, omerici. Una eterogenesi dei fini ha trasformato lo striscione dell’ultimo chilometro in una boa. Chi scrive ha provato questa sensazione qualche giorno fa. La boa, sì proprio la boa, lontana come giovinezza incantata e il destino mulinante in bracciate sempre più stanche, sempre meno presenti. In mare l’anima pesa il doppio, non vale il principio di Archimede, né qualsivoglia spinta alla insostenibile leggerezza. Non è tuttavia della morte di Gimondi che parliamo, nel compianto verso un personaggio manzoniano che sapeva soffrire (la ùbris di Merckx, la tracotanza del cannibale) e però vinceva, contrapponendo la sua severa fiducia nella Provvidenza, anch’essa rivelatasi inafferrabile, sulle due ruote, lungo i tornanti dei Pirenei e delle Alpi. Sono i 33 anni che separarono la vittoria di quella Provvidenza sulle strade di Francia (Tour del 1965) da quella della Sublime Follia di Marco Pantani (Tour del 1998) che raccontiamo. Trentatré anni che cambiarono l’Italia: da “Fra’ Cristofaro” sul Mont Ventoux al Pirata in cima a Les Deux Alpes. Trentatré anni di attesa, incolmabili. In mezzo di tutto, dalle “stragi di Stato” al Gabibbo: il disastro antropologico di un Paese non più in grado di salire alleggerendo l’anima. Pantani scontò il suo passo lieve osando abbreviare l’agonia; Gimondi – per altri versi – aveva anche lui un appuntamento col destino, una parentesi da chiudere su quei 33 anni di attesa, su quella finestra spalancata a osservare un’Italia in cui senso della Provvidenza, coraggio, sofferenza, dignità, amore perdevano contatto col cuore sulle salite dell’anima doppia spazzate dall’inverno della rabbia,

Felice Gimondi al Tour de France vinto nel 1965

Fulvio Colucci