Una lettera al padre

Una lettera al padre

Al perdono non basta un’era geologica

Fuentes s’accorse dello sbuffo d’inchiostro lungo il pennino, ma non volle darla vinta ai capricci della stilografica. Scriveva al padre appena defunto, più di un promemoria del perdono. La bava blu cobalto sul foglio aveva sembianza di fiume. Lo stesso che Carlos gli fece vedere quel giorno in cui lo portò ad abbracciare gli alberi

Dunque dovrei perdonarti. Di cosa? Non so. Certo mi sento un po’ ridicolo a celebrare questa sorta di inquisizione a “lieto” fine perché la fine non c’è mancando la tua persona (chissà dove sei se non in me, poi). Ne rideremmo? Non credo perché delle rare volte che ho riso con te non c’è traccia nemmeno nelle più ingiallite istantanee. Fuentes levò lo sguardo e gli occhi proiettarono il ricordo di un giorno sui monti. Riprese a scrivere. Come accade alle città sommerse e dimenticate, il nostro riso ha seguito il destino di Atlantide. Sommerso e dimenticato come Atlantide. Tuttavia ci provo a inanellare perdoni come catene. Fuentes pensò che riusciva facile scrivergli, scrivere a un morto fin troppo vivo in quella sua Pelikan col tappo nero che avrebbe voluto battezzare in un romanzo. Proviamoci. A perdonare, a essere perdonati. Fuentes attaccò: ti perdono perché mi hai lasciato (perché dovrei metterlo in testa alla lista? E se scrivessi: perché non mi hai amato, cioè non hai allontanato la morte da noi? Troppo implicito?). Ti perdono perché non mi hai aiutato a crescere e ho dovuto spingere il mio corpo in salita, contro ogni agonia ostinata e contraria. Ti perdono perché non c’eri. Semplicemente. Ti perdono per il disimpegno di certi (molti, troppi) giorni grigi e vani d’attesa. Però quando mi hai portato dal ghiaccio come Aureliano Buendia… Ti perdono per quello schiaffo. In fondo me l’ero cercato con arroganza. Ti perdono per l’insetto chiamato lussuria (ti piace la citazione dei Karamazov)? che hai trasmesso al mio sangue. Dostoevskij impone il ricordo ammonitore a Dmitrij Karamazov, ricordi? Scherzammo: per un no avrai cento sì. E sì, il sangue non è acqua, ma guai se lo addensa il peso del malamore. Fuentes annoverò litigi notturni e fughe da casa, divorzi e oblii come prigionieri di un esercito in rotta. E poi quello che fu il botto ora derubricato a gesto di assurda e gonfia malinconia: ti perdono, padre, soprattutto per avermi tolto i tuoi libri; una ripicca contabilizzata tra volumi di storia, d’amore e d’anarchia. Non so se lo sai ma, nel frattempo, di libri con la tua stilografica ne ho scritti quattro. Fuentes lasciò un rigo in bianco perché quel fiume lattiginoso scorresse mettendo una barriera tra l’uomo e l’indicibile emozione ora concessa alla penna e al dolore. Poi attaccò: mi perdoni di non aver capito quanto avresti voluto amarmi e non ti è stato concesso? Io sopravvivo, ma fuori da ogni ragione questa vita scorre, ora, adesso, lungo fragili argini corrosi dal rimorso.

Fulvio Colucci